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Giuseppe Garibaldi

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RL del marzo 1974 (Notiziario del Consiglio Regionale della Liguria) - In copertina la fotografia di prigionieri tedeschi scortati dai partigiani (Genova - Via XX Settembre - 25 aprile 1945)

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Le trasformazioni fonetiche avvenute nella parlata di Genova sono un segno inequivocabile del dinamismo espresso dalla città durante i secoli della Repubblica. A Genova il dialetto è una lingua viva, che oggi viene insegnata anche nelle scuole...

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Infiorate del Corpus Domini
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Mezzi da lavoro storici
I raduni e le esposizioni di questi autoveicoli sono un modo per ricordare ed onorare le persone che, in passato, questi mezzi li hanno guidati per mestiere...

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GIUGNO 1882 - A Caprera si spegne Giuseppe Garibaldi, l'eroe dei due mondi
Con la morte di Giuseppe Garibaldi (che con Cavour e Vittorio Emanuele II formava la triade degli uomini che avevano costruito il regno d'Italia), si chiude il primo capitolo della storia del nostro paese.
Alto, forte, con i capelli biondi e gli occhi azzurri, sorridente sempre, Garibaldi fu il Dio liberatore per le popolazioni oppresse. Passò tra il popolo delirante d'entusiasmo, tra l'idolatria e le acclamazioni; oggi tra i fiori, domani nella mischia; tranquillo a Caprera, indomito e fremente sui campi dell'onore.
Visse gli ultimi anni a Caprera, ove morì il 2 giugno 1882, semplice, modesto, ricusando
Disegno dell'epoca raffigurante Giuseppe Garibaldi sul letto di morte
onori e offerte, pago di aver dedicato tutta la sua vita alla grandezza dell'Italia.
I servizi d'informazione dei giornali erano - dati i tempi - molto limitati e, proprio in occasione della morte di Garibaldi, fu fatto ricorso al telegrafo in modo eccezionale. Sulla prima pagina del 5 giugno, dedicata all'avvenimento, il Corriere della Sera così scrive: "Mercoledì si chiusero le piaghe alle mani di Garibaldi. Il medico del piroscafo «Cariddi» s'inquietò. Poi gli si chiuse la gola e si dovette nutrirlo artificialmente. Giovedì, sentendosi morire, fece allontanare i figli onde non addolorarli. Venerdì, contrariamente alle prescrizioni del medico, volle fare un bagno freddo. I suffumigi lo liberarono alquanto dal catarro, ma dopo le undici agonizzò. Pronunciò pochissime parole".
Qualche giorno dopo, il 9 giugno, il giornale riporta un'altra notizia: "Ieri i medici, eseguendo le iniezioni per arrestare la decomposizione del cadavere, trovarono sul corpo del generale numerose ferite. Le più visibili sono: quella avuta in America al combattimento navale di San Gregorio, dovuta ad una palla che gli traforò il collo; una causata pure da palla, all'addome interessante il fegato; altre due ferite da armi da fuoco al ginocchio e al collo del piede: quest'ultima l'ebbe ad Aspromonte. Le ferite d'arma bianca non si contano".
Garibaldi voleva essere cremato e aveva dato disposizioni minutissime. Ma la notizia della progettata cremazione, diffusa anche dal Corriere della Sera, provoca una vera e propria alzata di scudi: i radicali e la sinistra sono i primi a chiedere che il generale venga sepolto con le esequie ufficiali perché il suo corpo appartiene all'Italia e ai garibaldini. L'8 giugno Garibaldi viene inumato nel giardino della sua casa di fronte al mare. Re Umberto non è presente: ha inviato a rappresentarlo il principe Tommasi. Si sta stipulando segretamente la «triplice» e l'assenza del re è fortemente criticata. A complicare le cose c'è l'arresto a Ronchi dell'irredentista Guglielmo Oberdan che viene condannato a morte dal supremo tribunale di Vienna (verrà giustiziato il 20 dicembre). Divampano le polemiche. Il giornalista Michele Torraca, che pur aveva combattuto a Mentana, si dichiara contrario all'irredentismo. Altri gli rispondono duramente.
Della «triplice» e delle sue clausole si saprà qualcosa solamente vent'anni più tardi. Le difficoltà per Umberto sono grosse perché divampano ancora le passioni risorgimentali. Ma ormai è finita un'epoca. Garibaldi riposa sullo scoglio di Caprera...
Ecco un di lui elogio nelle parole di Giosuè Carducci, pronunciate in un mirabile discorso improvvisato al teatro di Bologna: "Ma ogni giorno, il sole, quando si leva sulle Alpi fra le nebbie del mattino fumanti e cade tra i vapori del crepuscolo, disegna tra gli abeti e i larici una grande ombra, che ha rossa la veste e bionda la cappelliera errante su i venti e sereno lo sguardo siccome il cielo. Il pastore straniero guarda ammirato, e dice ai suoi figliuoli: «E' l'Eroe d'Italia che veglia sulle Alpi della sua Patria»".
Vita leggendaria e imprese di Giuseppe Garibaldi
Giuseppe Garibaldi nacque a Nizza il 4 luglio 1807, dal padre Domenico, vecchio lupo di mare, e da Rosa Raimondi, la sua adorata madre.
Garibaldi fece parlare di se fin da giovanetto: aveva appena 8 anni quando salvò una lavandaia in procinto di annegare; a 13 anni fu protagonista di un nuovo e più audace salvataggio che gli valse anche una lode. Il tempo avrebbe poi confermato che questo ragazzo non sarebbe stato una persona comune.
Nel momento in cui venne a conoscenza che i suoi avrebbero voluto fare di lui un sacerdote fuggì di casa per recarsi a Genova, città dove fu poi raggiunto dal padre col quale iniziò a viaggiare.
A Marsiglia conosce alcuni affiliati della «Giovane Italia». Ne vuol fare subito parte e si accorda col Mazzini per l'insurrezione in Piemonte. Fallito il tentativo, si rifugia in America per sfuggire alla pena di morte.
Oltre oceano fa sua la causa della libertà combattendo contro il Brasile per la provincia del Rio Grande. Scende ancore in battaglia per la Repubblica dell'Uruguay per poi fare ritorno in Italia carico di gloria ed ovunque salutato come «Cavaliere dell'Umanità» e «Eroe dei due Mondi».
A Montevideo Garibaldi aveva sposato Anita Riberas che, da quel momento, diventerà la compagna inseparabile di ogni più rischiosa impresa.
Nella Prima Guerra d'Indipendenza si ritrova vittorioso a Luino e Morazzone, a capo di un battaglione di anziani del quale aveva ottenuto il comando grazie all'intercessione del Mazzini.
Nel 1849, dopo la fuga del Papa da Roma, era diventato l'anima della difesa della città contro le truppe francesi. Alla Caduta della Repubblica Romana, inseguito da quattro eserciti, Garibaldi riesce abilmente a trovare riparo a San Marino dove scioglie i suoi volontari.
Nella Pineta di Ravenna, fra mille stenti, perde l'adorata compagna Anita, che gli muore tra le braccia. A questa morte seguirono per lui giorni tristissimi dopo i quali fuggì nuovamente in America.
Ritrovatosi povero ed umile, Garibaldi visse a New York fabbricando candele.
Nel 1854, una volta tornato in Patria, si ritira a Caprera per dedicarsi alla coltivazione dei campi. Tuttavia, nel 1859, alle prime schermaglie insurrezionali, ecco che imbraccia nuovamente le armi per sostenere la causa italiana. A capo dei Cacciatori delle Alpi vince a Varese e San Fermo.
Dopo Villafranca ritorna a Caprera e nella tranquillità del suo limpido mare inizia a pensare alla sua più grande e leggendaria impresa, la Spedizione dei Mille, la quale verrà iniziata il 6 maggio 1860 per avere termine il 26 ottobre dello stesso anno, col gesto di grande magnanimità messo in atto dopo l'incontro di Caianiello.
Fa ritorno quindi nella sua amata Caprera, con grande esempio di umiltà, di semplicità e di saggezza che lo hanno sempre contraddistinto.
Dopo l'Aspromonte lo ritroviamo impegnato nella Terza Guerra d'Indipendenza, sempre vittorioso, mentre punta dritto lo sguardo verso l'italianissima Trento.
Quando arriva l'ordine di sospendere le ostilità e l'intimazione di ritornare per non creare imbarazzi al Governo Garibaldi, col cuore ferito per tutta l'amarezza della rinuncia, risponde: "Obbedisco".
Fallito il tentativo di Mentana è tradotto prigioniero ad Alessandria e quindi a Caprera.
Nel 1870 ripaga la Francia dell'atto del 1849 vincendo a Digione contro i Prussiani.
Garibaldì visse gli ultimi anni della sua vita a Caprera dove morì il 2 giugno 1882, pago di avere dedicato tutta la sua vita per la grandezza dell'Italia.
Estratto dall' "ALMANACCO REGIONALE DELLA LIGURIA" (G. Fracchia - 1925) - Editore G.B. Paravia & C.;
Ritratto di Giuseppe Garibaldi ad opera del letterato Anton Giulio Barrili
Il letterato ligure Anton Giulio Barrili nacque a Savona il 14 dicembre 1836 ma trascorse gran parte della sua vita a Carcare e vi compì gli studi presso i Padri Scolopi, prima di laurearsi in lettere all'Università di Genova. Da giovanissimo fondò il giornale L'occhialetto, che redigeva di persona dalla prima all'ultima riga.
Fu un'appassionante gavetta che gli permise di assumere, nel 1860, la direzione del Movimento, giornale di propaganda garibaldina. Insieme all'"eroe dei due mondi" Barrili combattè a Mentana dove venne anch'egli ferito. Nel 1875 tornò a Genova e fondò Il Caffaro dove scrisse numerosissimi articoli e pubblicò, a puntate, alcuni suoi romanzi.
Fu deputato della Sinistra e docente di letteratura italiana All'Università di Genova. In vecchiaia decise di ritirarsi A Villa Maura di Carcare dove morì il 15 agosto del 1908.
Qui di seguito il ritratto che fece di Giuseppe Garibaldi:
"Niente, nella natura umana, era più acconcio a innamorare le genti. Vedete l'uomo: statura forse mediocre (pari a quella di tanti fascinatori dell'umanità), che sembra conciliare l'affetto nella uguaglianza, e certamente attrae i fanciulli e li invita all'abbraccio. Bionda e diffusa la barba, bionde le anella de' capelli ricadenti sul collo bianchissimo; alta la fronte, eretto il cranio come se lo avesse sollevato il ribollir continuo del sangue e più quello di un gran pensiero. Noterò di passata come egli tenesse volentieri sulla testa il cappello, che si alzava scoprendo la fronte

nelle ore serene, si calava sul sopracciglio aggrondato, nelle ore meditabonde... Fiera l'impronta del viso, leonina; ma l'occhio fosforescente nella concitazione del comando, azzurreggiava limpido nella calma, accordandosi alla gravità dell'eloquio, alla melodia dell'accento. Che parlata era la sua? Una musica mista di certa austerità romana, con mollezze americane. Scandiva le frasi con lievissime pause, che dovevano trovare un segno ritmico perfino nella sua scrittura; ma proferiva sempre intera la parola, come non fa il genovese in terra, quando gli giova spogliare di consonanti le sillabe, ma come fa sempre il genovese sul mare, quando vuol farsi udire dai suoi uomini, in mezzo al fragore dei marosi, al sibilo dei venti, al cigolio delle sartie.
Chi ha sentito Giuseppe Garibaldi, intende assai meglio che io non dico; e più ancora intende la soavità dei modi, la delicatezza dei sentimenti espressi...

Giuseppe Garibaldi ritratto durante la "Spedizione dei Mille". (Litografia dell'epoca di L.Cadolini)
Giunse, bello e terribile, nella patria risorta, col suo largo cappello di feltro, il suo poncho e la sua bella sella americana, senza cui non gli pareva di poter stare a cavallo. Ma parliamo del suo poncho, oramai leggendario, parliamone. Sembrò in lui amore di orpelli, desiderio di distinguersi e non era. Nulla fu di teatrale in quell'uomo. Il deserto gli aveva impressi i suoi caratteri indelebili; primo fra essi l'amore della libertà in ogni cosa; sotto tutte le forme.
La tunica impaccia noi, il mantello ci lega le braccia; il poncho, non tunica nè mantello, copre il petto di nobili pieghe e lo scalda in pari tempo, come il
sagum dei cavalieri romani, lasciando libere le braccia al gesto del comando, al gioco delle redini, al rotear della spada...
L'anima sua non pregiò, non conobbe mai grandezze fastose.
Sobrio, frugale nei pasti, non beveva vino, pure amandolo di classico amore. Poche vivande gli andavano a grado, quelle in ispecie del marinaio genovese. E dei nostri concittadini, in campo, amava esser ospite, come Augusto de' propri, anche al colmo della potestà imperiale. Belle mense, nei rustici casolari, o sulla proda del sentiero, quando il Generale assaggiava la zuppa, qualche volta il brodetto nero del carabiniere genovese!
Quanto al pane, si e nò. Sul Monte Sacro, davanti a Roma, dopo un'ora di epiche sfide, si sedette sul verde per mangiare un boccone. Il suo pasto era un pezzo di carne rifredda, involta in un vecchio giornale. Ne offerse cortesemente ai suoi uomini: "Grazie, Generale" risposero. E lui: "Senza complimenti, via". Uno della comitiva osservò: "E anche senza pane, Generale". Garibaldi allora precisò: "Ah! sì, ricordo che voialtri avete sempre bisogno di pane; in America, un pezzo di carne infilzata nella baionetta, da arrostirsi alla prima fermata, era il viatico del legionario".
Il suo uomo osservò: "Si Generale, ma noi siamo in Italia, nel Lazio". Garibaldi allora chiese: "Che cosa vuol dire?". La risposta fu: "Che Cerere è Dea Latina". L'accenno classico lo vinse; sorrise e concluse: "Avete ragione!", la sua frase abituale..."
Sintesi e adattamento da:
- "ALMANACCO REGIONALE DELLA LIGURIA" (G.Fracchia - 1925)
- Editore G.B. Paravia & C.;
- "CENTO ANNI dal Corriere della Sera"
- supplemento al giornale del 13 ottobre 1976;
- "GUIDA INSOLITA DELLA LIGURIA" - Newton Compton Editori 2006.
Il 6 maggio del 1860 partì da Genova Quarto la Spedizione dei Mille
Il disegno di una spedizione in Sicilia, già da tanto tempo sognato e studiato dai più ardimentosi, stava finalmente arrivando a compimento.
La Società Nazionale, a mezzo di G. La Farina, aveva messo a disposizione dell'impresa un buon numero di fucili; la Società di Navigazione Rubattino era pronta ad allestire i vapori Piemonte e Lombardo per il trasporto delle truppe.
Il capo di questa spedizione, che aveva del leggendario alla luce delle enormi difficoltà che si sarebbero presentate, non poteva che essere Giuseppe Garibaldi.
Costui, informato del fermento che serpeggiava in Sicilia contro i Borbonici, aveva affrettato i suoi preparativi per poi dare convegno ai suoi prodi in quel di Genova.
I garibaldini accorsero da ogni parte all'appello del loro comandante per indossare la fatidica «camicia rossa» ed imbracciare nuovamente le armi nel nome di una nobile causa.
In quei giorni di ansiosa attesa e ferventi preparativi, per le vie della Superba si incrociavano i più svariati dialetti d'Italia.
Verso la sera del 5 maggio, salutati dalla commossa popolazione genovese che faceva ala al loro passaggio, i volontari furono avviati verso Quarto.
All'alba del giorno successivo i due piroscafi Lombardo e Piemonte levarono l'ancora dallo scoglio di Quarto e velocemente quadagnarono il largo. Dalle tolde dei vapori i baldi volontari guardavano verso la costa che, man mano, si andava dileguando all'orizzonte.
Giunti lungo le coste della Toscana, venne fatta una breve sosta in quel di Talamone per caricare armi e munizioni ed organizzare i volontari che furono divisi in sette compagnie. L'11 di maggio la spedizione giunse in vista della Sicilia all'altezza di Marsala.
Lo sbarco dei Mille a Marsala avvenne con molta facilità in quanto, con uno stratagemma, le navi borboniche erano state dirottate in un altro punto della costa ove si riteneva che questo sarebbe avvenuto.
Compiuto lo sbarco, il Lombardo e il Piemonte furono catturati dall'Ammiraglio napoletano, ma ormai era tardi perché avevano già asservito al loro scopo.
Emanato il proclama di Salemi, col quale dichiarava di assumere il potere in nome di Vittorio Emanuele II, Garibaldi riprendeva la marcia per la liberazione della Sicilia.
Ai Mille si unirono parecchi drappelli di giovani siciliani, i cosiddetti «picciotti», facendo da avanguardia ai volontari e rendendo preziosi servizi d'informazione.
Il 15 di maggio, nelle vicinanze di Calatafimi, i volontari ebbero il battesimo del fuoco in un sanguinoso scontro che costò la vita a Elia, Sirtori e tanti altri fra i quali figurava il ligure Schiaffino. I carabinieri genovesi, comandati da Antonio Mosto, compirono prodigi di valore.
Ad un certo punto, quando la mischia ferveva più terribile e la sorte sembrava diventare ostile ai garibaldini, il generale si rivolse a Nino Bixio, che stava disperando della vittoria, per dirgli: "Qui si fa l'Italia o si muore!". Poi si lanciò con la spada sguainata dove maggiore era il pericolo.
Elettrizzati dall'esempio del loro comandante, tutti i volontari scattarono all'assalto per un ultimo sanguinoso sforzo. Avuta la meglio sulle truppe borboniche, il colle fu finalmente conquistato. La battaglia di Calatafimi ebbe un impatto decisivo per l'Unità d'Italia.
Dopo avere sviato con uno stratagemma l'esercito borbonico verso l'interno dell'Isola, Garibaldi riprese la marcia su Palermo. La mattina del 27, dopo un aspro combattimento a Porta Termini, i garibaldini poterono entrare in quella città che era già stata teatro di vari moti rivoluzionari verso l'oppressore. La Sicilia era finalmente liberata.
Per alcuni mesi ci fu ancora una forte resistenza solo nella fortezza di Messina. Si stava avverando pertanto il sogno di Garibaldi, che era sempre stato nella speranza di molti, ma nella certezza di pochi.

Adattamento dall'ALMANACCO REGIONALE DELLA LIGURIA (G. Fracchia - 1925) - Editore G.B. Paravia & C.

Un barcaiolo genovese racconta i preparativi per la partenza dei Mille
"In occasione della memorabile spedizione dei Mille dallo scoglio di Quarto, avanzò al Ponte Reale in Genova tale sig. Profumo e, rivoltosi ai presenti - tutti barcaioli - faceva caldo invito se ci fossero volenterosi per prestare patrio servizio, e recarsi a bordo di un vecchio bastimento in disarmo che serviva da magazzeno, all'epoca ormeggiato al Molo Vecchio. Si trattava di ritirare da detto bastimento colli di vestiario, destinati per la spedizione dei Mille, e portarli a bordo dei piroscafi Lombardo e Piemonte che avrebbero trasportato i Garibaldini. L'imbarco dei vestiari lo effettuammo verso le dieci di sera.
Compiuto questo, ricevemmo l'ordine di trovarci verso la mezzanotte sotto la batteria della Darsena per disormeggiare i due suddetti vapori. All'ora stabilita eravamo pronti al nostro posto, ma una sola delle imbarcazioni si trovava in grado di lasciare gli ormeggi...
Passarono altre due ore e ancora non si poteva rilasciare l'altro bastimento. In questo tramite di tempo, troppo prezioso, giunse da Quarto il generale Garibaldi. Immediatamente diede l'ordine del disormeggio del vapore, ordinando nello stesso tempo che quello pronto prendesse a rimorchio il ritardatario, onde arrivare nella acque di Quarto il più presto possibile.
Dopo vari giorni dal servizio prestato per l'imbarco dei vestiari e del disormeggio dei suddetti vapori, partì la seconda spedizione. Imbarcammo i Garibaldini a Sestri, precisamente alle spalle del Castello Raggio.
Stante la mia avanzata età non preciso date, ma c'è stata epoca che nel porto di Genova esisteva una squadra di provetti barcaioli, iscritti e dipendenti dalla locale Capitaneria di Porto. Ad ogni chiamata di naufraghi eravamo obbligati a prestare il nostro valido aiuto. Di questa mia asserzione se ne potrà facilmente trovare traccia nelle carte antiche della Capitaneria le quali possono in verità anche indicare nel sottoscritto il più vecchio barcaiolo del Porto di Genova, che in vari momenti - sia per la patria che per i salvataggi - ha sempre risposto prontamente alle chiamate
".
Va ricordato che il pilota della nave sulla quale Garibaldi salpò per la spedizione dei Mille era di Camogli e si chiamava Simone Schiaffino. La cittadina gli ha dedicato un monumento per ricordare la sua partecipazione all'eroica impresa.

Sintesi e adattamento da "IL SECOLO XIX" del 5 maggio 1910 - Questa lettera venne inviata al giornale dal sig. Cabona Pietro, fu Pietro. All'epoca aveva 76 anni e per 60 aveva prestato servizio attivo nel Porto di Genova.

Uno scritto di Giovanni Pascoli ripropone le gesta dell'armata dei Mille
"L'eroe teneva a spall'arm la sciabola, come per deporla. Le onde sussurravano ai suoi piedi. Scintillavano i fuochi del cielo sul suo capo. Il vento agitava il mantello delle sue galoppate americane. Dietro lui e intorno a lui era uno scalpiccio incessante. Era l'esercito suo impaziente che batteva e strisciava i piedi sulla spiaggia, come i cavalli delle Pampe non ferrati. In tutti era la coscienza della grande impresa. Non era di mira un'isola, un regno, un re; ma il mondo... A che pensavano nella lunga e mal sofferta aspettazione?
Era il cinque maggio ancor per poco. Le stelle erano già a mezzo il loro tacito scivolio. Chi non pensò che era l'anniversario della morte di Napoleone? Dice uno dei volontari, quegli che incise colla punta della spada le sue memorie garibaldine. Napoleone, a quell'ora, giaceva freddo e immobile da dodici ore sul suo letto da campo.
Gli alisei sibillavano nella trista isola delle nubi. Egli si era raccolto nella sua ultima visione. Aveva veduto sè sul suo cavallo bianco, alla testa di un esercito innumerabile e invincibile. L'ultimo, e forse il più grande imperatore latino marciava verso l'oriente, era stato vinto, tradito e preso Cesare: si svegliava Alessandro. Il sogno che aveva sognato avanti gli occhi fissi della Sfinge di granito, ora diventava realtà.
Colonne infinite d'uomini parlanti tutte le lingue d'Europa s'irradiavano attorno al piccolo e pallido Corso meditante sul suo cavallo bianco. Un immenso calpestio lo seguiva, lo precedeva, lo circondava. Cigolar di ruote, tonar di carriaggi, ballonzar d'affusti, ringhiar di cavalli, barrir d'elefanti. Egli disse: "Téte... armée...". E spirò nella sua marcia oltreumana.
Sono dodici ore. L'eroe latino è sullo scoglio avanti il cielo e il mare. Ode scalpicciare intorno a sè. E' l'armata di cui egli è alla testa, per la conquista dell'impero universale del Diritto. Di lì a poco, a bordo del vapore che ve lo deve condurre, chiede "Quanto siamo in tutti?" - "Coi marinai siam più di mille!" - "Eh! Eh! Quanta gente!". E s'intese da tutti la sua voce tranquilla soave alta: "Avanti!".
Estratto da "IL SECOLO XIX" del 5 maggio 1910 - L'articolo del grande poeta italiano fu scritto in occasione del cinquantenario della spedizione dei Mille.
La vita avventurosa di Gerolamo Nino Bixio, il «secondo dei Mille»
L'appellativo di «secondo dei Mille» gli venne attribuito dalla popolazione dopo che Garibaldi lo aveva nominato luogotenente generale e, nel contempo, era stato insignito dal re con l'Ordine Cavalleresco dei SS. Maurizio e Lazzaro per il suo comportamento valoroso nella battaglie di Maddaloni e del Volturno (1° ottobre 1860).
Nino Bixio nacque a Genova il 2 ottobre del 1821 e la sua gioventù fu alquanto spericolata. Per la sua indole prepotente ed incorreggibile venne cacciato di casa e si ridusse a vivere per le strade di Genova, dormendo sotto i portici dell'Accademia.
Fatto ricercare dalla polizia, per sfuggire alla cattura si rifugiò persino sui tetti delle case.
A 16 anni si arruolò nella Marina sarda, la cui ferrea disciplina contribuì a contenere la sua natura irrequieta. Iniziò così il periodo della sua vita fatta di lunghi viaggi in giro per il mondo.
Una volta tornato in Patria si affiliò alla «Giovine Italia» e, dal quel momento, si adoperò esclusivamente per la liberazione del suolo natio.
Il 4 novembre del 1847, in Piazza Nuova a Genova, fermò arditamente per le briglie il cavallo montato dal re Carlo Alberto il quale venne poi da lui esortato a passare il Ticino... Un episodio che, da molti storiografi, viene erroneamente attribuito a Didaco Pellegrini.
Nel 1848 Nino Bixio contribuì alla difesa di Venezia; nel 1849 partecipò assieme a Garibaldi e Mameli alla difesa della Repubblica Romana, coprendosi di gloria a San Pancrazio e a Villa Corsini ove venne gravemente ferito.
Dopo le gesta italiane prende la patente da capitano di lungo corso e compie viaggi in paesi lontani. Tornato a Genova fondò un giornale nazionalista, il «San Giorgio», per incitare il Governo alla riscossa.
Nel 1859 entra a far parte delle schiere garibaldine e comanda un battaglione dei Cacciatori delle Alpi, in modo così valoroso da meritarsi La Croce dell'Ordine Militare di Savoia, conferitagli dal re.
Passò quindi a far parte dell'esercito regolare nel 34° Fanteria, che abbandonò quasi subito per seguire le orme di Giuseppe Garibaldi, col quale, nel 1860, organizzò la spedizione dei Mille.
In questa circostanza si incaricò di condurre da Genova a Quarto i due piroscafi che avrebbero trasportato le truppe, Piemonte e Lombardo, e poi ebbe il comando di quest'ultimo.
Durante la spedizione combatté ovunque eroicamente; si distinse maggiormente a Calatafimi e Palermo dove, nonostante fosse stato colpito da un proiettile in pieno petto, si sbottonò la giubba e continuò a combattere.
Passato nel continente fu nuovamente ferito a Reggio Calabria; in seguito si segnalò a Maddaloni e al Volturno dove riuscì a sbaragliare 8.000 Borboni con solo 3.000 dei suoi. In questa occasione gli uccisero il cavallo e si procurò anche la frattura di una gamba. Per lui ci furono vari attestati di merito (vedi note in testa a questo paragrafo).
Nel 1866 partecipò alla battaglia di Custoza e con la sua 7a divisione coprì meravigliosamente la ritirata. Nel 1870 si distinse nella presa di Roma, sempre eroico, sempre valoroso.
Dopo aver realizzato il suo sogno di riunire l'Italia, Bixio ritorna al mare, a quel bel mare che aveva sempre amato e dal quale sperava di trarre risorse «per lasciar di che vivere ai suoi quattro figli».
Nel 1873 armò un piroscafo, al quale diede il nome «Maddaloni», per ritornare a solcare le onde. Nel mese di giugno salpò da Liverpool per trasportare alcune delle truppe olandesi che si recavano a Sumatra per combattere contro l'insurrezione degli Atchmesi.
Purtroppo per lui, mentre era ad Atchim, il 12 dicembre fu colto dalla peste che lo condusse a morte, lontano dalla sua amata Italia. Le sue spoglie, con solenni onoranze, vennero riportate a Genova nel 1879.
Estratto dall' "ALMANACCO REGIONALE DELLA LIGURIA" (G. Fracchia - 1925) - Editore G.B. Paravia & C.
Alla spedizione dei Mille partecipò anche lo scrittore Giuseppe Cesare Abba
Lo scrittore ligure Giuseppe Cesare Abba è il personaggio più noto di Cairo Montenotte. Nacque nella cittadina della Val Bormida il 6 ottobre 1838 e fu anche un fervente garibaldino.
Nel 1860, appena ventiduenne, partì infatti a fianco di Giuseppe Garibaldi per la spedizione dei Mille, un'esperienza che narrò nel poemetto romantico «Da Quarto al Volturno - Noterelle di uno dei Mille»".
Tra i tanti suoi scritti è da ricordare il romanzo d'ispirazione manzoniana «Le rive della Bormida», opera che narra del paese natio, del quale fu anche sindaco.
Abba scomparve improvvisamente a Brescia il 6 novembre del 1910. Alle onoranze funebri, celebrate a Cairo Montenotte tre giorni dopo, ci fu un'imponente partecipazione della cittadinanza. Sul feretro venne deposta la gloriosa Camicia Rossa, il berretto e la sciabola dell'estinto, la medaglia dei Mille, quella al valor militare guadagnata nella battaglia della Bezzecca, oltre alle insegne della Massoneria Bresciana.
Il corteo funebre procedette ordinatissimo fino al camposanto dove la salma, secondo le disposizioni impartite in vita dallo scrittore, venne tumulata accanto a quella del compianto padre, della prima moglie signora Rosa Perla e della adorata figlia Gigliola, morta a 15 anni nel fiore dell'età.
Cesare Abba racconta i momenti del suo imbarco per la spedizione dei Mille
Dal volume «Da Quarto al Volturno - Noterelle di uno dei Mille»:
"Non si vede più terra. La barca sulla quale ieri sera mi toccò montare dondolava stracarica. I barcaioli, per farci stare in modo che non si capovolgesse, ci pregavano di guardare, verso Genova, certe luci verdi e rosse che splendevano nella notte.
Come fossimo bambini! Verso le undici, da una barca già in alto, udimmo una voce limpida e bella chiamare: "La Masa!" e un'altra voce rispondere: "Generale!". Poi non si udì più nulla.
Intanto le ore passavano; eravamo cullati dalle onde e mi addormentai. All'alba fui destato e vidi due navi maestose lì ferme dinnanzi a noi. Tutte le barche vennero spinte verso quelle. Mi volsi addietro. Genova e la Riviera apparivano laggiù incerte, in un velo vaporoso: ma là oltre, i miei monti esultavano alti e puri dominando la scena.
Una brezzolina increspava le acque; sulle navi si faceva un gran vociare; era una tempesta di chiamate, di apostrofi, ed anche di sagrati, che lasciavano il segno nell'aria come saette.
Fu una mezz'ora di gran furia a chi facesse più presto ad imbarcarsi ed anch'io potei finalmente agguantare una gomena e salire..."
Sintesi ed adattamento da:
GUIDA INSOLITA DELLA LIGURIA - Newton Compton Editori 2006
IL SECOLO XIX 1886-1986 - Volume celebrativo per i cento anni della testata
DA QUARTO AL VOLTURNO - Noterelle di uno dei Mille, autore Cesare Abba.
Tra i fedelissimi di Garibaldi anche il pontremolese Pompeo Spagnoli
La città di Pontremoli ha consegnato alla Patria, in ogni tempo, molti soldati, indomiti combattenti, luminosi eroi. Tra questi spicca il nome di un semplice cittadino, Pompeo Spagnoli, in memoria del quale, il 15 ottobre del 1905, fu stampato un giornale a numero unico.
Costui era nato in Piazzetta San Geminano e, appena diciottenne, nel maggio del 1848, aveva impugnato per la prima volta le armi in quel di Curtatone, dove era sceso in battaglia al fianco dei volontari toscani contro le truppe di Radetsky, ricevendo poi una medaglia al valore da Carlo Alberto.
Il suo curriculum militare è ricco di episodi. Tra questi si ricorda che prese parte come garibaldino alla difesa della Repubblica Romana e fu ferito a Porta San Pancrazio dai francesi di Oudinot.
Nel 1859 divenne Cacciatore delle Alpi, fu sergente dell'esercito in Emilia ed indossò, ancora una volta, la camicia rossa per combattere durante la spedizione dei Mille. Fece inoltre parte delle Guide di Garibaldi: nel 1866 fu nel Tirolo con il generale; l'anno successivo si battè a Monterotondo, dove venne ferito, e a Mentana.
Una volta ritornato a Pontremoli con il petto coperto di tante medaglie, riprese la propria vita di semplice cittadino, ricevendo stima e affetto da parte dei suoi conterranei.
Sintesi e adattamento da "ALBUM DELLE APUANE" - cronache di altri tempi, a cura di Giorgio Batini - editrice La Nazione
Un ricordo dei marinai di Lerici che sbarcarono in Sicilia con Garibaldi
Numerosi furono i lericini che fecero parte delle camicie rosse nelle diverse imprese garibaldine o che si arruolarono come volontari per partecipare alle guerre d'indipendenza.
Per esempio, sulle navi che dovevano portare i garibaldini in Sicilia ci furono alcuni membri dell'equipaggio i quali, benché lasciati liberi di sbarcare, vollero ugualmente seguire Garibaldi nella sua spedizione. Si tratta di Giuseppe De Biasi, nato a Pugliola nel 1829 e deceduto a Genova nel 1887; Francesco Faccini, soprannominato "O' Nin", nato a San Terenzo nel 1828 ed ivi deceduto nel 1892; Andrea Pisani, detto "Peinèo", nato a San Terenzo nel 1820 ed ivi scomparso nel 1906.
Giuseppe De Biasi partecipò ai fatti d'arme di Calatafimi e di Palermo. Francesco Faccini, marinaio del «Lombardo», fu colui che, nella notte del 5 maggio, si calò in mare per fasciare con degli stracci le catene della ancore al fine di attutirne il rumore. Per questa sua preziosa azione venne ricompensato da Garibaldi con un marengo d'oro.
Andrea Pisani, marinaio del «Piemonte», era già abbastanza noto in quanto presentava una straordinaria rassomiglianza con l'Eroe dei Due Mondi.
All'impresa dei Mille furono presenti anche Luigi Andreotti, nato a San Terenzo nel 1829, Onesto Faccini, nato a San Terenzo nel 1828, e Gio Batta Monteverde, nato a San Terenzo nel 1831. Quest'ultimo, che nel 1854 aveva partecipato al tentativo di Felice Orsini in Lunigiana, nel 1860 si arruolò nelle fila di Garibaldi seguendolo da Quarto al Volturno.
Per questi uomini il generale aveva una profonda stima, tanto da pronunciare la famosa frase. "La popolazione di Lerici è la più forte e la più generosa d'Italia".
Sintesi e adattamento da "ALBUM DELLA SPEZIA" - cronache di altri tempi, a cura di Giorgio Batini - editrice La Nazione
I volontari del territorio spezzino che seguirono Garibaldi nelle sue campagne
Il territorio che attualmente fa parte della provincia della Spezia dette dieci volontari alla spedizione dei Mille e centodieci alle altre campagne garibaldine. Tra questi uomini i più numerosi furono i sarzanesi che vennero ricordati nel 1959 durante una mostra allestita nel Palazzo Civico di Sarzana.
In quella manifestazione furono riportati in un manifesto i nomi di coloro che presero parte alla difesa della Repubblica Romana, alla spedizione dei Mille, alle campagne del 1859, 1860 e 1866.
Nel suddetto elenco figurava, tra gli altri, Luigi Nicola Spadaccini, popolarmente soprannominato «Magnino», che era uno degli ultimi superstiti che avevano preso parte a quegli avvenimenti.
Spadaccini morì in tardissima età nel 1910 dopo avere passato la sua lontana gioventù al seguito di Garibaldi. Era un personaggio popolarissimo che tutti apprezzavano per le sue battute ironiche e saporite.
Tra le molte figure dei patrioti spezzini fa spicco quella del barone Luigi D'Isengard, nato alla Spezia l'11 maggio del 1843 ed ivi deceduto il 17 dicembre 1915, che fu più volte volontario nelle fila garibaldine. Costui fu promosso sul campo a Ponte Caffaro nella guerra del 1866, prima di prendere gli ordini religiosi. Come cappellano militare servì ancora il proprio paese al seguito delle truppe inviate in Eritrea.
Il barone era un generoso ed appassionato insegnante che si fece notare anche nel campo letterario, dove contava numerose amicizie. Fu autore di diversi libri, tra i quali Le memorie autobiografiche, testi ricchi di quei nobili sentimenti e di quell'amor patrio che avevano contraddistinto ogni momento della sua vita.
Sintesi e adattamento da "ALBUM DELLA SPEZIA" - cronache di altri tempi, a cura di Giorgio Batini - editrice La Nazione
Giuseppe Garibaldi scrive alla madre di Goffredo Mameli, suo giovane seguace
Goffredo Mameli, autore dell'Inno nazionale italiano, divenne fervido seguace di Garibaldi quando l'eroe dei due mondi entrò a Genova il 26 settembre 1848. Caduta Milano, impugnò nuovamente la spada e corse a Roma a sostenere la Repubblica (1849). Nel conflitto del 3 giugno a Villa Pamphilj, sul Gianicolo, fu ferito ad una gamba, che gli venne amputata per l'insorgere di una cancrena.
Le cure risultarono comunque vane e il giovane Mameli morirà a Roma il 6 luglio 1849, a soli 22 anni, e resterà l'anima della gioventù eroica, il poeta della Giovine Italia. Là è tuttora sepolto; i genovesi non sono ancora riusciti a riportare le sue ceneri nella città natia.
Il 13 giugno del 1864, Garibaldi scrisse da Caprera una lettera alla madre del giovane eroe, che gli aveva mandato un ritratto del figlio: "Contessa carissima, io vi scrivo cogli occhi umidi, perché non posso pensare a quel vostro valoroso figlio senza commuovermi... Si, madre dell'eroico mio fratello d'armi, egli fu ferito al mio lato ed io contemplai con ammirazione le sembianze gentili e freddamente intrepide del giovine guerriero italiano, morente per la più bella delle cause. Voi che imprimeste la Vostra immagine in quella bell'anima permettete ch'io deponga sulla Vostra mano un bacio d'amore".
Altre notizie su Goffredo Mameli sono consultabili nella pagina "Genova letteratura"
Nel novembre del 1934 scompare a Genova Egisto Sivelli, l'ultimo dei MIlle
L'ultimo dei Mille si è spento. Aveva 74 anni e pareva impossibile esistesse ancora qualcuno dei componenti la gloriosa legione che l'aveva vissuta. Fino a ieri, attraverso Egisto Sivelli, la leggenda eroica aveva avuto la sua voce viva che la immetteva ancora nel presente. Da oggi diventa irrevocabilmente storia.
A 17 anni Egisto Sivelli era fuggito dalla casa paterna per correre l'avventura dei Mille ripetendo, senza forse pensarci, il gesto che prima di lui aveva compiuto (in un altro ambiente e in diverse circostanze) suo padre che, alunno del Collegio Militare di Parma e avviato a quella carriera delle armi che era tradizionale nella famiglia Sivelli, allo scoppiare dei moti del 1830 era fuggito per rifugiarsi a Genova: La cosa aveva scatenato una grandissima ira e altrettanta angoscia del padre suo che era devoto ufficiale di Maria Luisa e dello zio, generale Luciano. Il padre di Egisto si imbarcò poi come musicante a bordo di una nave che doveva fare il giro del mondo, mettendo in pratica l'unico insegnamento serio ricevuto in collegio, quello di suonare la tromba.
Trent'anni dopo il figlio partiva per la sognata guerra di liberazione e venne arruolato nel battaglione del colonnello Dunne, quello stesso che si sarebbe distinto a Milazzo. Con lui c'erano parecchi commilitoni liguri, anche loro giovanissimi, con una età compresa fra i diciassette e i diciotto anni. Nel battaglione comunque erano presenti anche due lonabrdi sedicenni ed un fanciullo veneto di 14 anni che il padre, volontario, si era tirato dietro.
Sivelli aveva con se, per tutto capitale, un impermeabile a foggia di raglan. Era di maggio e la stagione era caldissima. Arrivato in Sicilia venne arruolato ed equipaggiato e il suo raglan venne permutato in poche monete d'argento.
Egisto Sivelli seguì Garibaldi dalla Sicilia a Napoli. Fu al Volturno e vi combatté gloriosamente. Se la guerra fosse continuata sarebbe rimasto sempre con lui. Invece Garibaldi nel novembre si ritirava a Caprera e allora il giovane garibaldino decise di tornarsene a Genova. Ci arrivò in una gelida sera di dicembre, alla vigilia di Natale. Sulla camicia rossa portava le insegne di luogotenente e i suoi 17 anni li aveva compiuti da soli tre mesi.
Negli anni a seguire la sua storia fu pacata e serena, se si eccettua la partecipazione gloriosa alla battaglia della Bezzecca. Il Sivelli era stato arruolato nell'esercito regolare e i suoi superiori gli avevano riconfermato il grado di tenente assegnatogli in precedenza da Garibaldi.
Ma nel suo animo il tenente dei bersaglieri restò sempre un garibaldino e lo dimostrò negli anni a seguire, fino al 1882. Egli infatti, almeno due volte all'anno, si recava regolarmente a Caprera per fare visita a Garibaldi dal quale era sempre accolto con grande affetto.
Sintesi ed adattamento da "IL SECOLO XIX 1886-1986", volume celebrativo per i cento anni della testata
La Spezia, città amica, che conserva tanti ricordi delle imprese di Garibaldi
Ovunque, in terra spezzina, Garibaldi è ricordato da monumenti, busti, lapidi, cimèli, perché molti furono i legami tra La Spezia e l'Eroe dei Due Mondi. Nel settembre del 1849, il Generale era in fuga - braccato come un bandito - dalla Romagna, dopo la disperata difesa della Repubblica Romana e poi la morte di Anita. Riuscì a raggiungere segretamente l'ospitale Maremma, aiutato dai generosi patrioti toscani, e venne portato in salvo da un intrepido marinaio di San Terenzo, Paolo Azzarini, il quale lo traghettò con la sua barca a vela da Cala Martina a Portovenere (vedi lapide a ricordo dell'evento). Un gozzo lo portò in seguito alla Spezia, dove fu ospite di Girolamo Federici, e di li proseguì verso Chiavari tramite una carrozza.
Altre sfortunate circostanze condussero Garibaldi alla Spezia nel 1862 e nel 1867. Nel '62, dopo lo scontro e la ferita di Aspromonte, il Generale fu tenuto prigioniero per quasi due mesi (dalla fine di agosto al 22 d'ottobre) al Varignano, e visitato da diversi chirurghi; la ferita riportata alla gamba sinistra era in via di guarigione, ma l'illustre prigioniero soffriva molto per la pallottola che gli era rimasta conficcata nel piede destro, e che i medici tentavano inutilmente di estrarre.
Liberato dal carcere del Varignano, Garibaldi fu ospite dell'Hotel de la ville de Milan, che poi lasciò per raggiungere Pisa (dove un chirurgo estrasse finalmente l'ostinato proiettile) e quindi l'amata Caprera.
Nel 1867, dopo Mentana, Garibaldi fu arrestato sul treno a Figline Valdarno e portato nuovamente al Varignano, dove fu trattenuto per tre settimane. Gli spezzini lo accolsero con una dimostrazione di affetto e d'entusiasmo, come è ricordato da una lapide apposta sulla facciata del

palazzo che, un tempo, fu l'albergo «Croce di Malta» e poi sede del Banco di Napoli: "Qui prigioniero - dopo Mentana giunse - ma libero - per volere di popolo sostò - il 5 novembre 1867 - Giuseppe Garibaldi ■ La democrazia della Spezia - che già lo accolse - ferito dopo l'Aspromonte - nel primo centenario della sua nascita - riafferma - l'entusiasmo e la fede - della vigilia".
Ora il duce dei Mille è in mezzo al verde dei giardini, dove nel giugno 1913 fu eretto, su progetto dello scultore Antonio Garella, l'imponente

LA SPEZIA - La figura della bandiera delle Frecce Tricolori fa da sfondo al monumento a Giuseppe Garibaldi
monumento equestre (vedi foto sopra). La statua, per la quale furono impiegati 60 quintali di bronzo, poggia sopra un basamento di pietra del Romito a forma di scoglio. Il Generale, in sella al suo focoso cavallo e con la spada sguainata, guarda la città che gli fu sempre amica, e che ha conservato tanti ricordi delle sue imprese leggendarie. Altri ricordi sono anche a Lerici, che fu un vero covo di garibaldini.
Il territorio spezzino dette dieci volontari alla spedizione dei «Mille», e centodieci alle altre campagne garibaldine.
Numerosi, tra questi volontari, furono i sarzanesi, come fu ricordato in una mostra allestita nel Palazzo Civico di Sarzana nel 1959. In quell'evento furono rievocati in un manifesto i nomi dei volontari che presero parte alla difesa della Repubblica Romana, alla spedizione dei «Mille», alle campagne del 1859, 1860 e 1866. Nell'elenco figurava, tra gli altri, Luigi Nicola Spadaccini - detto popolarmente «Magnino» - che morì in tardissima età nel 1910. Questo ultimo garibaldino era noto per le sue battute ironiche e saporite: "Ghe vuresse er Duca de Modena..." (ci vorrebbe il Duca di Modena) era solito dire quando le cose andavano male.
A Sarzana un imponente monumento ricorda il più nobile eroe del risorgimento
Nella città di Sarzana non ci sono molti monumenti ma, in compenso, ne fu eretto uno che figura tra i più imponenti del mondo. Parliamo del monumento a Giuseppe Garibaldi, elevato nella piazza omonima ed intitolato "Il genio della stirpe". L'opera si deve a Carlo Fontana, uno dei grandi maestri della nostra scultura, autore di innumerevoli lavori che oggi nobilitano pubbliche piazze o che sono conservate in importanti musei.
La statua, ricavata da un blocco di marmo delle cave di Carrara, raffigura un giovane gigante che appoggia il possente braccio su di un grande scudo nel quale è scolpito il volto di Garibaldi, a simboleggiare il popolo italiano che guarda all'avvenire, protetto dal più nobile eroe dell'epoca risorgimentale, dal più popolare condottiero delle guerre d'indipendenza.
La base del monumento è costituita da un monolito di quattro metri di altezza per due di base, tratto dalle alte cime della cava di Gioia. L'opera fu concepita nel 1907, realizzata negli anni seguenti ed inaugurata nel maggio del 1914. Il memorabile traino da Carrara a Sarzana del colossale e pesantissimo blocco monolitico costituente la base del monumento venne effettuato con l'utilizzo di numerose coppie di buoi.
Una grande folla assistette all'arrivo del monolito a alla sua messa in opera. Per sollevare il "Genio della stirpe" e collocarlo sopra la base venne ideata una complessa impalcatura in legno alla quale erano collegate varie funi e carrucole.
Sintesi ed adattamento da "ALBUM DELLA SPEZIA"  -  a cura di Giorgio Batini - Editrice La Nazione
Il primo monumento a Giuseppe Garibaldi venne eretto nel 1884 a Monterosso
Nel borgo di Monterosso, rinomata località delle Cinque Terre, venne eretto nel 1884 il primo monumento in memoria di Giuseppe Garibaldi, trascorsi appena due anni dalla sua scomparsa.
L'opera, acquistata con i soldi di un monterossino emigrato in America, non era gran ché da punto di vista artistico. Le gambe del generale infatti apparivano troppo esili; il corpo sembrava quello di un adolescente rispetto alla testa che invece mostrava i tratti somatici di una persona anziana.
Tutte queste incongruenze della scultura, che si dice siano state volute proprio dall'autore per renderla più singolare, suscitarono invece dei giudizi non proprio entusiastici. Anzi pare che il monumento, in origine, fosse destinato al comune di Lavagna che tuttavia lo respinse proprio perché lo ritenne mal realizzato.
Sintesi e adattamento da "GUIDA INSOLITA DELLA LIGURIA" - Newton Compton Editori 2006
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