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La "Terra della Luna", in Italia,
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Fausto Coppi in testa alla sua squadra nella cronometro di Modena al Giro d'Italia 1953

FAUSTO COPPI
il campionissimo
del ciclismo

"Sarai la prima ruota del mondo!" gli disse Biagio Cavanna toccandogli i muscoli...

Fausto Coppi insieme alla madre a Castellania, mentre assaggia un grappolo d'uva

La mamma

Serse, il fratello di Fausto Coppi, fotografato durante una gara

Il fratello Serse

Quadretto di vita familiare: Fausto Coppi con la figlia Marina

Con la figlia Marina

Fausto Coppi con la sua maestra di scuola a Castellania

Zia Albina, la sua maestra di Castellania

Fausto Coppi solleva amorevolmente la sua bicicletta, che aveva dei particolari tecnici appositamente dedicati per permettergli di esprimere al massimo le sue qualità

La sua terza "sorella": la bicicletta

Una curiosa immagine di Coppi in corsa mentre stappa la sua borraccia (Giro di Lombardia 1951)

Giro di Lombardia 1951

Fausto Coppi davanti a Gino Bartali nella tappa dell'Abetone (Firenze-Modena) al Giro d'Italia del 1940

Tappa dell'Abetone al Giro del 1940

Primo piano di Coppi durante la cronometro a squadre di Modena al Giro d'Italia 1953

Primo piano in gara

Al Tour de France del 1949 Fausto Coppi e Gino Bartali pedalano insieme verso la vittoria finale

Con Gino Bartali al Tour del 1949

Al Tour del 1951, Fausto Coppi, dopo la crisi di Montpellier si prende la rivincita sui colli del Vars e dell'Izoard, arrivando a Briancon con quasi 4 minuti di vantaggio sul secondo

La tappa di Briançon al Tour del 1951

Fausto Coppi con il compagno di squadra Loretto Petrucci, prima dei dissidi che separarono le loro strade

Con Loretto Petrucci

Dopo la morte del fratello Serse, Fausto Coppi ritrova le forze fisiche e morali con la vittoria nel G.P. Vannini del 1951 (gara a cronometro)

Verso la vittoria al G.P. Vannini 1951

Fausto Coppi transita sul Passo dello Stelvio nel Giro d'Italia del 1953. Fresco e sorridente saluta i tifosi col braccio alzato

Passaggio sullo Stelvio al Giro del 1953

Anche per un campione come Coppi le corse erano impegnative. Eccolo con una smorfia di fatica, dopo aver ritirato la sacca dei viveri ad un rifornimento

La fatica

Fausto Coppi stacca Koblet nella tappa dello Stelvio (arrivo a Bormio) al Giro d'Italia del 1953

Con Hugo Koblet al Giro del 1953

Fausto Coppi e l'australiano Patterson, campione mondiale d'inseguimento su pista

Col campione del mondo Patterson

Uno dei più fedeli gregari di Coppi, Donato Piazza, all'epoca della foto campione italiano di inseguimento su pista

Con Donato Piazza

Una delle tante strette di mano, un pò proforma, tra Coppi e Bartali

Stretta di mano con Bartali

Fausto Coppi in fuga solitaria sui colli pirenaici del Tour de France

In fuga solitaria sui colli pirenaici

Fausto Coppi durante il trionfo al "Trofeo Baracchi" del 1953 in coppia col campione del mondo dei dilettanti Riccardo Filippi

Con Filippi al Trofeo Baracchi 1953

 

Nella pagina principale,
i successi di Fausto Coppi
reportati dalle principali
testate sportive

 

Momenti delle sue imprese
sportive attraverso interviste,
racconti personali e aneddoti

 

Lugano 1953: Come si allenò Coppi in vista del mondiale? - Quali rapporti aveva la sua bicicletta? - Quanto pesavano le sue gomme? - Cosa gli disse Cavanna prima della corsa?

 
ANGELO FAUSTO COPPI da Castellania, un salumiere mancato...
La sua è una storia difficile. Nasce a Castellania, allora un paesetto di venti case al massimo, in cima ad una collina alle spalle di Novi Ligure. A Castellania si arrivava su una strada ripida e senza asfalto, segnata profondamente dalle ruote dei carri agricoli.
Suo padre Domenico era un negoziante di vini, proprietario di una grossa vigna.
Fausto, per i registri dello stato civile, nacque alle ore 17 del 15 settembre 1919.
Sua madre Angiolina lo diede alla luce nella piccola casa sulla strada. Pesava solo 2 chili. Era una giornata chiara d'autunno. Tempo di vendemmia: suo padre venne avvisato nel vigneto. Volle che il bambino venisse chiamato Angelo Fausto. Ma fu per tutti, sempre, Faustino, per non confonderlo con il prozio che, lui pure, aveva nome Fausto.
Mosse i primi passi nella quiete di Castellania e le 35 famiglie del paesetto piemontese allora non avrebbero mai immaginato che quel silenzioso ragazzino sarebbe diventato, un giorno, il re della bicicletta.
Faustino, il terzo figlio dopo Livio e Maria, venne su gracile. Aveva le gambe lunghe, la testa piccola, un naso da "pinocchietto": con questo nome lo canzonavano i compagni. Frequentò le scuole a Castellania. L'edificio scolastico era composto da un solo grande stanzone cui si accedeva salendo tre gradini in pietra, passando per una porta abbastanza piccola a fianco della quale era anche una cassetta per le lettere. Gli  alunni di qualsiasi età studiavano in questa classe unica. La maestra era sua zia Albina Tartara in Coppi (aveva sposato uno zio di Fausto).
Il destino del ragazzo, come per i suoi fratelli ( era nato anche Serse, il 19 marzo del 1923) sarebbe dovuto essere il lavoro dei campi. Ma Fausto sembrava troppo debole per quella vita e venne così <messo a posto>  presso una salumeria di un amico di famiglia, Merlani, a Novi Ligure.
La speranza, ora, era quella di fargli imparare il mestiere e, chissà mai, comprargli un buon negozio per vendere prosciutto, salame e formaggio, oppure una <posteria> dove ci fosse anche il pane e il vino. Tutto pareva organizzato per bene.
Quando Fausto chiese di avere una bicicletta per andare al lavoro, in famiglia gli dissero: "Comprala con i soldi tuoi!".
Faustino aveva il suo gruzzolo. Lo zio Fausto gli aveva messo sotto il cuscino, il giorno in cui era nato, una grossa moneta da 10 lire che era stata poi versata in banca. Quel denaro fu la base per un libretto di risparmio, arricchito da quanto era stato risparmiato, soldino per soldino, grazie a tutta una serie di salvadanai di coccio.
La bicicletta fu così acquistata. Il ragazzo, tutte le mattine, verso le sette, inforcava il suo nuovo mezzo e scendeva a Novi per servire i suoi clienti. Arrivava sempre regolarmente in orario, a volte un pò trafelato per le lunghe volate che faceva se doveva recuperare del tempo per aver dormito qualche minuto in più.
Fausto era stato autorizzato dal sig. Merlani a consumare il pasto in negozio: un po' di prosciutto, una fetta di gorgonzola e un bicchiere di vino delle colline tortonesi...
A tarda sera, quasi sempre alla stessa ora, tornava a casa. La salita per raggiungere Castellania era dura e valeva la pena di tentare ogni giorno di stabilire il <record> personale della scalata. Nacque così Fausto Coppi corridore...
L'incontro col massaggiatore Biagio Cavanna e gli anni della guerra
Delle sue piccole e facili imprese venne a conoscenza un massaggiatore molto noto a Novi Ligure. Siamo nel 1935 e Biagio Cavanna, così si chiamava, frequentava spesso la salumeria Merlani, dopo essere sceso dal paese di Pozzolo Formigaro. Il Cavanna era stato vicino anche ai grandi Girardengo e Guerra e in quel tempo si compiaceva di commentare le prime imprese di un certo Gino Bartali, detto anche <il toscano>.
Cavanna aveva allora un <covo>, una curiosa scuola di ciclisti, di giovanissime speranze, che avviava alla carriera non facile di corridore. Era quello che oggi viene chiamato un <talent scouts>.
Faustino ascoltava in religioso silenzio quei racconti e sognava di diventare un corridore anche lui. Però non trovò mai il coraggio personale di confessare le sue aspirazioni a Cavanna, perché aveva paura di essere preso in giro.
La sorte volle che l'uomo di sport di Pozzolo Formigaro non potesse mai vedere le imprese del suo nuovo pupilllo perchè, di lì a poco, sarebbe diventato cieco.
Fu allora che cominciò a scendere a Novi per fargli la spesa quotidiana il corridore Isidoro Bergaglio. Faustino fece amicizia con lui e i due, di tanto in tanto, uscivano insieme per allenarsi sulle strade del novese.
Passarono circa due anni prima che Bergaglio trovasse la forza di confessare al Cavanna che tenere la ruota di Coppi era impresa molto ardua, che il ragazzo aveva delle ottime attitudini.
Cavanna, che era un lungimirante, convocò immediatamente Coppi per tenere un allenamento alla sua presenza. I suoi collaboratori lo informarono dovutamente che quel ragazzo lungo e magro, con un torace alto, ma assai capiente, aveva della stoffa e delle spettacolose doti da scalatore-passista.
L'ormai cieco Cavanna, toccandogli i muscoli, esclamò: "Sarai la prima ruota del mondo!". A Faustino venne perciò proposto di entrare nel <covo> ciclistico.
Sarebbero saltati però tutti i progetti di papà Domenico di fare del figlio un pizzicagnolo!
Dopo vari consigli di famiglia, anche lo zio e la mamma si convinsero che bisognava per lo meno tentare che Faustino abbracciasse un mestiere così pericoloso.
Coppi abbandonò la salumeria Merlani, entrò nel collegio e cominciò a correre da dilettante. Partecipò alla sua prima corsa nel luglio del 1937 (Boffalora). La sua prima vittoria fu a Castelletto d'Orba nel 1938, anno in cui Gino Bartali vinceva il suo primo Tour de France. Coppi era solo un ragazzo di belle speranze, come tanti che vincono corse dilettantistiche. Nel 1939, da dilettante indipendente vinse il titolo italiano di categoria in quel di Varese e riportò un totale di 6 successi
(una di queste vittorie è ricordata ogni anno in quel di Lerici (SP), nella frazione di Pugliola).
Ma per Faustino si spalancarono presto le porte del professionismo.
Il suo primo contratto glielo fece firmare Eberardo Pavesi, il furbo <avocatt> del ciclismo, per la squadra della Legnano, il quale spesso ricordava: "Quando lo vidi sulla bicicletta compresi che era un uomo da tenere d'occhio. Lo dissi anche a Bartali che allora della Legnano era il caposquadra. Da quel giorno l'ho sempre seguito e difeso...". Coppi esordì al Giro del Piemonte svolgendo egregiamente il ruolo di gregario di Bartali e riuscendo comunque ad arrivare terzo al traguardo di Torino.
Nel 1940 vinse il suo primo Giro d'Italia, aiutato dallo stesso Bartali, quando per lui le speranze erano definitivamente tramontate. Conquistò la maglia rosa nella tappa dell'Abetone, da Firenze a Modena, sotto una pioggia torrenziale, e riuscì a tenerla fino a Milano. Pavesi ricorda che, anche allora, qualcuno disse che poteva essere una meteora. Ciò accadde quando sulle Dolomiti si trovò qualche volta in difficoltà. Ma aveva solo 21 anni e qualche debolezza era logica. Comunque, che fosse un campione, era indubitabile.
Faustino guadagnò centomila lire e diventò il primo rivale di Gino.
Non erano quelli anni propizi allo sport. Venne richiamato a causa della guerra, ma poté continuare a gareggiare. Vinse ancora molte corse, anche se la vita gli oppose il primo grande dolore: la morte del padre. Nel 1941 si aggiudicò il Giro della Toscana, il Giro del Veneto, il Giro dell'Emilia, la Tre Valli Varesine, la Corsa a Coppie Milano (con Ricci). Correva anche in pista.
Dopo la conquista del titolo italiano nell'inseguimento, lo attendeva un'altro episodio sfortunato. Nel giugno del 1942 cadde sul parquet del Velodromo Vigorelli di Milano, fratturandosi la clavicola sinistra. In quel periodo di sosta maturò l'idea di conquistare il record dell'ora che, dal 1937, era detenuto dal francese Archanbaud. Il caporale Fausto Coppi del 38° reggimento fanteria, in un fresco mattino del 7 novembre, percorse in 60 minuti 45 chilometri e 798 metri, riuscendo nell'impresa.
C'era un pallido sole, le tribune del Vigorelli erano deserte, sulle curve stavano gli amici, i tifosi e i meccanici pronti ad intervenire per una eventuale foratura.
Dopo vari tentativi e discussioni con i tecnici, Coppi decise di adottare per la grande prova il rapporto 52/15 (metri 7,38 di sviluppo), con pedivelle di 170 mm. Le gomme pesavano 120 grammi. Parve, ad un certo punto, che non ce l'avrebbe fatta, ma la sua tenace volontà lo spinse a ritrovare quelle forze che lo fecero, alla fine, prevalere.
Quando venne superato, Archanbaud si oppose. Addusse varie scuse. Vi era il problema dei sacchetti posti ai margini della pista che non parvero regolari. Ma con una semplice variante sulla media, apportata dalla Federazione, relativa alla posizione dei sacchetti, il primato rimase a Coppi.
Nel frattempo le sorti della guerra non erano favorevoli e il 38° reggimento fanteria (Divisione Ravenna) partì dal porto di Napoli con destinazione Africa del Nord. A Fausto non vennero concessi privilegi e seguì i suoi compagni. Il 17 maggio del 1943 cadde prigioniero degli inglesi in Algeria, rimanendo nel campo di concentramento di Megez el Bab per un lungo anno. Poi divenne motociclista e passò nel campo di Blida, presso Algeri. Il 3 febbraio del 1945 fu rimpatriato e destinato al servizio presso un comando della R.A.F come portaordini.
Era rimasto senza un soldo. Fu aiutato da qualche vecchio amico e partecipò anche ad alcune competizioni con la S.S. Lazio.
Al termine della Seconda Guerra Mondiale salì da Roma a Castellania in bicicletta. Come lui amava spesso ricordare "fu una splendida corsa vittoriosa...". Ritrovò la mamma, le sorelle Dina e Maria, i fratelli Livio e Serse, lo zio Giuseppe, ma soprattutto le corse, quelle vere. Nel 1945 Fausto riapparve sulle strade italiane vincendo la Coppa Salvioni, la Coppa Candelotti, il Circuito di Milano, il Circuito di Lugano e il Circuito di Ospedaletti.
Il primo numero di "Tuttosport" versione bisettimanale (30 luglio 1945)  riportò in prima pagina la vittoria di Vito Ortelli nella 28a Milano-Torino. Fausto Coppi, attardato da incidenti, tagliò il traguardo al quinto posto.
Il 22 novembre del 1945 si sposò nella chiesa di Sestri Ponente con Bruna Ciampolini e due anni dopo, il 1° novembre 1947, nacque sua figlia Marina.
La tragedia del fratello Serse e i momenti più belli della carriera
A casa aveva ritrovato il fratello Serse, per il quale aveva sempre avuto una predilezione. Anche a lui piaceva correre in bicicletta e con lui riprese la difficile strada delle gare.
Per Faustino quelli furono anni d'oro, che lo additarono all'onore delle cronache sportive europee come
"Il Campionissimo".
Nel 1946 passò sotto contratto con la mitica Bianchi. E' l'anno del suo primo successo alla Milano-Sanremo, ottenuto con un vantaggio abissale di 14 minuti sul secondo arrivato. Vince anche il Giro della Romagna, il Gran Premio delle Nazioni a cronometro, il Giro di Lombardia, il circuito di Lugano, il Circuito del Trocadero e arrivò secondo al Giro d'Italia (vinto da Gino Bartali), con tre successi di tappa. Nel 1947 rivinse il Giro d'Italia, molte altre corse su strada, divenne Campione d'Italia e Campione del Mondo dell'inseguimento.
Nel 1948 riportò altri grandi successi: La Sanremo, il Lombardia (con distacco, nuovo record della gara e della salita alla Madonna del Ghisallo), Tre Valli Varesine, Giro dell'Emilia, due tappe al Giro; tutto questo nonostante la ridotta attività per una squalifica subita dall'U.V.I. insieme a Bartali. Ma fu nel 1949 che ottenne dei risultati strabilianti: riuscì ad essere primo al Giro d'Italia e al Tour de France, a conquistare il titolo italiano, a battere tutti nelle più importanti corse in linea, a rivincere la maglia iridata dell'inseguimento. Al Giro rimase mitica la tappa Cuneo-Pinerolo, conclusa dopo 192 Km di fuga solitaria e 5 colli alpini scalati. Al Tour, dopo essere partito malissimo, dominò le due cronometro e staccò tutti nella Briançon-Aosta, centrando una doppietta Giro-Tour nello stesso anno, cosa in precedenza mai riuscita ad altri.
Le sue imprese furono decantate dai giornali di tutto il mondo.
Si prospettavano tempi ancora migliori, vista la sua imbattibilità e le vittorie alla Parigi-Roubaix e alla Freccia-Vallone. Invece, il 2 giugno 1950, durante il Giro d'Italia, una manovra azzardata del suo compagno di squadra Peverelli lo fece cadere rovinosamente a terra. Coppi riportò l'incrinatura del bacino e una grave contusione all'anca e venne trasportato all'ospedale di Trento. Sembrava che il campionissimo dovesse interrompere la sua meravigliosa avventura.
L'anno seguente invece eccolo di nuovo in sella: una breve e ancora sfortunata apparizione nella Milano-Torino, quando sul fine gara scivolò sull'anello bagnato del Motovelodromo e si ruppe la clavicola destra. 
Il primo numero di "Tuttosport" versione quotidiano (12 marzo 1951)  così titolava in prima pagina: "Fiorenzo Magni vince in volata una durissima Milano-Torino - Grave caduta di Coppi - Una grande corsa con un doloroso epilogo - Guaribile in 40 giorni: accertamenti radiografici e ricovero in clinica per un probabile piccolo intervento chirurgico."
Riuscì ugualmente ad essere al via del Giro d'Italia, anche se fu solo per onor di firma, vista la sua scarsa condizione fisica.
Decidendo di puntare tutto sul Tour, per affinare la sua condizione atletica, qualche giorno prima del via partecipò il 29 giugno al Giro del Piemonte insieme a suo fratello Serse. Un dramma stava attendendo, dietro l'angolo, la famiglia Coppi.
Nella discesa verso Torino Serse cadde battendo violentemente il capo. Lì per lì sembrava nulla di grave. Il fratello minore si rialzò e concluse ugualmente la corsa, ma i dolori al capo erano forti e fu così condotto alla clinica Sanatrix per accertamenti.
Sersè spirò nella nottata, praticamente nelle braccia di Fausto e per suo volere venne poi sepolto nel piccolo cimitero di Castellania, sulla collina di San Biagio, accanto alla tomba di papà Domenico, il 1° luglio.
Coppi era straziato dal dolore e dal rimorso di non aver interrotto subito la corsa del fratello. Appena possibile saliva fin sulla collinetta per deporre fiori sulla sua tomba.
Non voleva essere visto: Coppi era sempre gentile con tutti, anche con i fotografi inopportuni, ma quando andava a pregare per Serse non voleva nessuno intorno. Serse era più giovane di Fausto ed era assai meno bravo di lui. Per questo Fausto lo difese in ogni circostanza e gli volle sempre un gran bene. Serse non era bello come Fausto in bicicletta e appunto per questo il campionissimo lo aiutava a vincere. Ma, per quanto grande, non poté impedire che la morte se lo prendesse proprio durante una gara. Una corsa come tutte le altre...
Per liberarsi dell'angoscia che lo opprimeva, andò ugualmente al Tour de France 1951, con alterne vicende. Nella tappa da Carcassonne a Montpellier cadde in una crisi profonda, il campione parve distrutto. Si lasciò sorprendere dalla fuga di un gruppetto di corridori, tra i quali il leader della classifica Hugo Koblet. Il caldo terribile fece il resto. Tutta la squadra italiana attese e aiutò il <campionissimo>, che arrivò solo qualche attimo prima della chiusura del tempo massimo, sufficiente a continuare la corsa. Qualche giorno dopo sui colli alpini del Vars e dell'Izoard Fausto tornò a dominare gli avversari, conquistando la vittoria della tappa Gap-Briançon con quasi 4 minuti di vantaggio sul secondo, il giovane Buchonnet. Era l'inizio della ripresa...
L'anno seguente lo troviamo foriero di grandi prestazioni. Nel 1952 vinse il Giro d'Italia, il Tour de France e il Gran Premio del Mediterraneo.
Il Giro di Francia del 1952 era ricco di montagne e di arrivi di tappa in salita e fu letteralmente dominato da Coppi, scalatore senza confronti.
Nel 1953 arrivò primo al Giro dopo aver trovato la maglia rosa nella neve del Passo dello Stelvio, durante la tappa di Bormio. Il campionissimo della Bianchi salì la terribile rampa con una magnifica andatura e transitò in vetta con oltre due minuti sul secondo (Pasqualino Fornara) e 4' e 27" sull'asso svizzero Hugo Koblet, che era in testa alla classifica generale. Nella discesa Koblet recuperò solo 59" secondi: troppo pochi per contrastare Coppi che all'arrivo si ritrovò primo in classifica con 1' e 29" di margine.
Il 1953 è anche l'anno in cui riuscì finalmente a conquistare a Lugano il titolo mondiale. Per prepararsi adeguatamente alla corsa della sua vita rinunciò a circa 20 milioni di ingaggi che gli organizzatori di mezza Europa gli avevano offerto. Seguì un meticoloso programma di allenamento e curò scrupolosamente i particolari tecnici della sua bicicletta. Qualche amico gli fornì dei materiali straordinari per l'epoca.
In corsa, modificando tutti gli accordi tattici e tecnici, partì sulla salita della Crespera al 13° anzichè al 14° giro. Gli resistette temporaneamente il belga Dejiricke, che però crollò a circa 30 Km dall'arrivo, accusando sul traguardo un ritardo di oltre 6 minuti.
Chiuse quel magnifico periodo in coppia con il campione mondiale dei dilettanti, Riccardo Filippi, uno dei <cuccioli> della <covata> di Cavanna, trionfando nel Trofeo Baracchi. I due campioni del mondo percorsero il tragitto da Bergamo a Milano alla media oraria di 45,713 Km, una velocità da record, un'impresa incredibile.
Nel 1954 vinse il Giro della Campania, il Giro di Lombardia superando tutti i più famosi sprinters e il Trofeo Baracchi, ancora in coppia con Filippi.
L'incontro con Giulia Occhini e le sue ultime vittorie
Sembrava andare tutto benissimo, invece Fausto Coppi fu protagonista di un altro episodio sfortunato. Sulla strada di Pavia, in allenamento, mentre era dietro un camion si trovò improvvisamente davanti la sua ruota di scorta che si era staccata accidentalmente. Finì a terra e i medici gli riscontrarono una frattura lineare frontale, oltre a varie contusioni. Quello era anche il periodo nel quale la sua vita privata era in piena rivoluzione. Lo <scandalo> di Fausto e della sua compagna, la <dama bianca> Giulia Occhini, già riempivano tutte le prime pagine dei giornali.
Nonostante tutto, nel 1955 riportò un formidabile successo al Giro della Campania, conquistò il titolo italiano e vinse il Trofeo Baracchi, sempre con Filippi.
Nel 1956, al Giro d'Italia, lo attendeva un altro appuntamento con la sfortuna. Nella quinta tappa da Mantova a Rimini, mentre il gruppo procedeva lentamente, la caduta di alcuni corridori coinvolse anche Coppi. Il "Campionissimo" batté la schiena, ma riuscì ugualmente a tagliare il traguardo. Però nella frazione speciale pomeridiana di San Marino il dolore era troppo forte e si ritirò. Rimase immobilizzato per parecchio tempo ma, a fine stagione, trovò la forza di arrivare secondo al Trofeo Baracchi.
Nel 1957 la sfortuna per lui era ancora in agguato. All'inizio della stagione accettò l'invito di un vecchio amico, Franco Pretti, per partecipare alle gare della <Settimana Sarda>. Il 1° marzo era a Sassari e, in un circuito di poco conto, cadde fratturandosi il collo anatomico del femore sinistro. Correva allora per la Carpano-Coppi, sotto le cui insegne riuscì a conquistare l'ultimo trionfo al Trofeo Baracchi, in coppia con Baldini.
La vacanza in Africa quando era già iniziato il declino
Ormai la sua stella va declinando. Il grande campione resiste ancora sulla breccia solo perchè la bicicletta è la sua grande passione. Sarebbe anche vecchio come atleta, ma la folla lo ama ancora e ancora gremisce i velodromi per applaudirlo.
I più famosi managers,
pur di averlo nelle loro riunioni in pista, gli offrono contratti favolosi. Guadagna ancora molto.
Per l'ennesima volta, ancora in allenamento, la fortuna non gli è amica. Mentre segue la motocicletta del fedelissimo Ettore Milano, investe un trattore e finisce in ospedale. "Non sono finito - dice - non c'è ragione perchè io abbandoni". Torna in sella e, pur non vincendo, è sempre tra i primi. Alla gente piace molto questo <vecchio> che da lezione ai giovani. Conclude la stagione 1959 con un onorevole piazzamento, in coppia con Bobet, al Trofeo Baracchi. Gli anziani non ammainano bandiera...
Viene l'inverno: un organizzatore gli offre l'opportunità di andare a caccia grossa nell'Africa nera, in Alto Volta e di partecipare a qualche criterium locale.
Per la caccia Fausto farebbe qualsiasi sacrificio.
Chiede soltanto che la tournee si concluda prima del Natale, per poter passare le feste con suo figlio Faustino, nel frattempo nato dall'unione con Giulia Occhini.
Va in Africa, partecipa ad una riunione piazzandosi assai bene, e poi va a caccia.
Al ritorno, in aereo, scrive i bigliettini di auguri di Natale agli amici di sempre.
Un contratto appena firmato lo lega alla squadra diretta dal suo ex rivale Gino Bartali, la "San Pellegrino", della quale doveva essere il capitano.
Insieme a Gino firma una serie di fotografie che, in un certo senso sono sensazionali, in quanto mostrano insieme, sorridenti, i due famosi avversari, tornati insieme dopo venti anni. A ritorno dall'Africa si porta dietro, senza saperlo, un' infezione malarica.
Qualche giorno prima di Capodanno è in Via Montenapoleone a Milano: ha accompagnato la signora Giulia a fare compere. Ha il volto stanco, lui che recupera in un'ora la fatica di una tappa sull'Izoard. Dice "Buon anno!" e sorride.
Il sorriso di sempre, un pò velato di malinconia. Il destino avverso è ancora in agguato...
Fausto Coppi si spegne il 2 gennaio 1960, per una forma di malaria non riconosciuta dai medici, tra il dolore e lo stupore del mondo intero, sportivo e non....
Da una cronistoria di Mario Oriani - (Corriere d'informazione 2-3 gennaio 1960), liberamente adattata ed integrata con ulteriori notizie, curiosità e particolari tratti dai giornali sportivi dell'epoca.
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