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In Italia c'è il più grande
acquedotto d'Europa, il secondo
nel mondo: quello pugliese

 

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FIUME MAGRA - Pontili nel tratto navigabile

ll nostro è un Paese tra i più ricchi d’acqua del mondo. Ha una elevata capacità idrica potendo vantare una disponibilità teorica annua di circa 155 miliardi di m3, pari ad un volume pro-capite di 2.700 m3.
La natura irregolare dei deflussi e le carenze della rete fanno scendere questa disponibilità a 110 miliardi di m3  (2.000 m3 pro-capite).
L'acqua effettivamente utilizzabile per gli usi quotidiani diminuisce a circa 54 miliardi di m3 ossia a 980 m3 a persona, poco più di 2500 litri a persona al giorno.
I depositi sotterranei di acqua sono valutati, in modo controverso, tra i 5 ed i 13 miliardi di m3, oltre ai 40 miliardi di m3 di acque di superficie, di cui circa 10 miliardi accumulati in laghii

naturali e invasi artificiali.
L'italia ha il più grande acquedotto d'Europa, il secondo del mondo, l'Acquedotto Pugliese: 19.282km di tubazioni - 164 impianti di depurazione - 6 impianti di potabilizzazione.
Per effetto del clima (neve e piogge), l’orografia (le montagne), l’idrografia (i corsi d’acqua), l’acqua non è disponibile nella stessa quantità in tutte le parti d’Italia.
Le regioni del nord ne hanno in abbondanza e con regolarità, al Sud la disponibilità di acqua è piuttosto ridotta: sia in termini di precipitazioni (Puglia, Sicilia e Sardegna ricevono il 40-50% in meno di pioggia rispetto a regioni più umide), sia in termini di quantità d’acqua disponibile. Il nord utilizza solo il 50% delle sue disponibilità idriche, Sicilia e Sardegna e Puglia invece coprono appena il 10/20% del proprio fabbisogno di acqua.
La percentuale delle risorse idriche effettivamente utilizzate

Il geologo Mario Tozzi è dal 1999 Primo Ricercatore del CNR. Dal 1996 si occupa di divulgazione delle scienze geologiche, naturali e ambientali attraverso i mezzi di diffusione radiotelevisiva. Nel 2008 ha condotto 3° Pianeta, dove sono state analizzate anche le problematiche relative all'acqua.

Il geologo Mario Tozzi

raggiunge il 65% al Nord, mentre è ferma al 15% al centro, al 12% al Sud e addirittura al 4% nelle Isole. La domanda di risorse idriche è maggiore al nord per effetto di una consistente attività agricola e zootecnica a carattere intensivo e di elevata concentrazione industriale. Nel sud si riscontra, al contrario, una cronica carenza di acqua per tutti gli usi. Quanto agli impieghi d’acqua a livello nazionale, i dati più recenti dicono che il settore agricolo assorbe il 60% dell’intera domanda di acqua. Il settore dell’energia e dell' industria ne richiede il 25%. Agli usi civili è destinato il 15%.
Nel settore agricolo fattori di mercato e nuovi modelli di agricoltura stanno determinando una riduzione dell’impiego di acqua, specialmente nel Mezzogiorno dove si sta passando da una produzione quantitativa a quella qualitativa.
Le ultime stime degli esperti indicano in circa 20 miliardi di m3 i prelievi annui di acqua per uso irriguo. Quello agricolo rimane comunque il settore meno efficiente. L'Italia è molto lontana dalla media europea dei prelievi (30%) soprattutto a causa dello scarso impiego di reti di irrigazione tecnologicamente avanzate.

La fonte dei Malaspina a Gragnola di Fivizzano (MS) L’industria italiana invece utilizza annualmente un quantitativo di acqua stimato in 8 miliardi di mc. Il dato è tuttavia incerto perché buona parte delle industrie si approvvigiona direttamente dai corsi d’acqua e dalle falde e negli ultimi anni il fabbisogno è diminuito, soprattutto nel settore manifatturiero. Anche le nuove tecnologie contribuiscono ad abbassare i consumi, che comunque rimangono sempre alti nei settori energetico, petrolchimico, metallurgico, tessile ed alimentare.
Negli ultimi anni la situazione idrica anche in Italia è notevolmente peggiorata.
La concentrazione di piogge intense in alcuni giorni dell'anno, il prolungarsi dei periodi di siccità e di caldo per effetto dei mutamenti climatici dei gas serra riduce e depotenzia l'accumulo di acqua, acuisce il rischio di piene e alluvioni restringe le erogazioni irrigue e idropotabili nel Sud. A dicembre 2006

L'acqua dei Malaspina

sull'Italia sono caduti in media 8,4 mm di pioggia: l'86% in meno rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Ad ottobre non era andata meglio (-71,1% sull'anno prima) e a novembre, mese delle piogge per antonomasia, si è registrato un calo del 76,9%.
Nell'estate 2007 in Puglia, dove appunto si trova il più grande acquedotto d'Europa, i rubinetti sono rimasti a secco per lunghissimo tempo.
Le statistiche rilevano impietosamente come dei circa 300 miliardi di metri cubi/anno di afflusso meteorico, solo 45 miliardi (il 15% circa) venga regolarmente assimilato dagli impianti. Il 15% della popolazione italiana (circa 8 milioni di persone) per quattro mesi all'anno non raggiunge il fabbisogno idrico minimo di 50 litri d'acqua/giorno per persona.
L'inquinamento delle acque sia superficiali che profonde, è un'altro elemento di allarme e di seria preoccupazione sulla disponibilità d'acqua in futuro.
Le falde freatiche sotto la Pianura Padana rappresentano un immenso "serbatoio" di acqua, ma è un giacimento di acqua malata, contaminata, tutta da depurare a costi alquanto elevati.
Da un lato quindi aumentano  i  bisogni  di  acqua, dall’altro  si  riduce progressivamente anche in Italia la quantità e peggiora la qualità delle nostre riserve. Siamo vicini al limite dello sfruttamento dell’oro blu e abbiamo davanti a noi il pericolo, molto realistico, di una crisi idrica qualitativa e quantitativa. Le reti idriche, infine, sono in media molto vecchie e "bucate".
La rete idrica italiana è pari a circa 291.000 Km e almeno 50.000 Km andrebbero rifatti del tutto. Dei prelievi complessivi d'acqua per usi potabili e igienico-sanitari negli ultimi anni vi è stato un aumento del 35% generato soprattutto dalle dispersioni e dalle perdite delle reti acquedottistiche.
Queste possono avere tante cause: la pressione eccessiva, la scarsa manutenzione degli impianti, piccole  rotture  e  gocciolamenti. Da  una  relazione  dell'Autorità di Vigilanza sui

 servizi idrici e sui rifiuti del 2006 si evince che ci sono regioni, come Basilicata e Sardegna, che fatturano appena un terzo di tutta l'acqua captata. Per il Ministero dell'Interno bisogna mettere in conto anche i "furti d'acqua", uno dei principali danni perpetrati al patrimonio idrico nazionale, organizzati con camion cisterna illegali che riforniscono interi quartieri e paesi, il tutto come forma di strumento per il controllo del territorio.
Secondo le stime di Legambiente fino al 40% dell'acqua erogata viene disperso; più di 10.000 m3 al chilometro, quasi un terzo di litro al secondo per chilometro. Il record delle perdite annue per Km spetta alla Regione Campania, con quasi 25.000 m3.
Il primato in assoluto dell'acqua persa spetta alla Calabria: a Cosenza il 70% dell'acqua immessa in rete non giunge a destinazione.
A Campobasso lo spreco raggiunge il 65%, a Latina il 66%. La maglia nera dei grandi centri urbani è Bari col 57% di acqua che non giunge a destinazione. Perdite consistenti anche a Trieste, Palermo, Catania, Messina e Cagliari dove più del 40% dell'acqua immessa negli acquedotti si perde nel nulla.
Le Regioni più virtuose sono l'Emilia Romagna, l'Umbria e le Marche, dove i valori delle perdite sono inferiori a 3.000 m3/Km.

Qualità delle acque pubbliche distribuite nel Comune di S.Stefano di Magra

Qualità delle acque
Qui sopra un esempio di come la società che gestisce il servizio idrico nella Provincia della Spezia informa gli utenti sulla qualità dell'acqua distribuita nel Comune di S.Stefano di Magra. Allegato alla fattura, il cliente riceve un dettaglio delle principali caratteristiche chimiche dell'acqua che arriva nella sua abitazione e l'indicazione dei parametri fissati per legge.

L'acqua che esce dai rubinetti italiani è mediamente di buona qualità. Gli acquedotti sono sottoposti a controlli periodici per analizzare i componenti chimici del residuo fisso, che si ottiene facendo evaporare l'acqua ad una temperatura di 180°.
Per esempio, l'acquedotto genovese, gestito dalla Fondazione Amga, eroga un'acqua oligominerale, molto leggera e con basso contenuto di nitrati, quindi di elevata qualità, che ogni anno viene sottoposta a circa 16.000 campionature, per testare 220.000 parametri.
A Milano
l'acquedotto pubblico annualmente esegue circa 18.000 analisi, mentre l'Asl (cui è affidato il compito di controllare l'acqua che arriva ai cittadini) ne compie altre 3.500: una media di oltre 50 controlli al giorno. A questi si aggiungono le ispezioni sugli impianti, per verificare che funzionino correttamente e siano in buone condizioni d'esercizio.
Un'acqua è detta oligominerale quando il suo residuo fisso varia tra i 100 ed i 500 mg/l. Tra i 500 ed i 1500 mg/l è classificata come minerale. Oltre i 1500 mg/l le acque diventano curative ed andrebbero assunte dietro controllo medico.
Per legge un'acqua è potabile quando è igienicamente sicura (salubre e pulita) - non deve contenere nessuna sostanza in quantità o concentrazioni tali da rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana - non deve essere inquinata da fognature, scarichi industriali e/o residui di impianti e tubature che la trattano e la trasportano.
Questi criteri sono contenuti nel Decreto Legge n. 31 del 2001, entrato in vigore a dicembre 2003, col quale sono stati anche fissati i limiti dei vari parametri.
Il numero dei controlli sono definiti dalle norme e sono esperiti dalle Aziende sanitarie assieme alle Agenzie regionali per l'ambiente e sono proporzionali ai quantitativi di acqua distribuita. A Roma, per esempio" vengono prelevati decine di campioni ogni giorno.
Per i metalli l'alluminio e il ferro contenuti nell'acqua non devono superare i 200 milligrammi/litro, il cromo i 50 microgrammi/litro, il nichel i 20, l'arsenico e il piombo i 10.
Uno dei timori più diffusi è legato al fatto che l'acqua possa assorbire elementi metallici dalle tubature e dalle reti, in particolare il piombo e il nichel. Dagli ultimi studi approfonditi dell'Istituto Superiore di Sanità si può constatare come, in Italia, questo aspetto non sia rilevante. Qualche attenzione in più deve essere prestata nei centri storici, dove è possibile che le reti siano molto vecchie, e comunque i dati rientrano sempre entro i parametri fissati dalla legge.

Titolo paragrafo - La buona qualità delle acque pubbliche  OTTOBRE 2010: troppo arsenico nell'acqua pubblica di 127 comuni italiani

A maggio 2009 la rivista Altroconsumo ha compiuto un'indagine a campione che ha interessato 35 capoluoghi di provincia italiani con lo scopo di sancire la potabilità o meno delle acque pubbliche che arrivano nelle abitazioni dei cittadini. I parametri presi in esame hanno riguardato gli indicatori di qualità, la tipologia dell'acqua, gli inquinanti e i metalli presenti. I risultati, pubblicati a ottobre 2009, sono stati molto confortanti, in alcuni casi migliori rispetto ad una precedente inchiesta del giugno 2006. Il fatto che l'80% delle nostre acque venga dal sottosuolo dà una garanzia maggiore, proprio per il ruolo di filtro del terreno. Dove invece le acque sono di superficie questo filtro non c'è, ma si interviene con trattamenti di potabilizzazione più complessi.
Le analisi hanno evidenziato che le città centro-meridionali hanno mediamente un'acqua pubblica più buona di quelle del Nord, dove si trovano più frequentemente sostanze indesiderate, sebbene in quantità non pericolose. Ai primi 10 posti di questa classifica campionata figurano ben 8 città del Centro-Sud.
La "palma d'oro" va agli acquedotti di Potenza e Campobasso, che forniscono delle acque talmente buone che non sfigurerebbero al confronto con le minerali in bottiglia. Bocciato invece quello di Reggio Calabria dove l'acqua contiene sali in eccesso per infiltrazioni marine. Anche Lecce e Ferrara ottengono un giudizio mediocre per la presenza di sostanze indesiderate: cloriti e perturbatori endocrini, e nella città pugliese anche trialometani.
Da un servizio del settimanale "Oggi" del 28-10-2009 si evince che in alcuni comuni di 8 regioni italiane (Lazio, Lombardia, Piemonte, Trentino, Umbria, Toscana e Campania) le acque contengono sostanze nocive (arsenico, boro, cloriti, fluoro, selenio, trialometani, vanadio), presenti in quantità superiori ai limiti di guardia. Per l'immissione di queste acque negli acquedotti pubblici le Regioni interessate hanno chiesto e ottenuto delle deroghe dal ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali. La deroga vale un anno, si può chiedere solo tre volte e, nei casi più a rischio, è subordinata all'impegnativa di informare adeguatamente la popolazione.
In poche località della Lombardia, la presenza di arsenico è strutturale. L'acqua viene attinta da pozzi di pescaggio molto profondi, scavati nelle rocce che vedono la presenza di questa sostanza.
Anche nel Lazio, in provincia di Viterbo, ci sono arsenico e floruri. L'acqua erogata in alcuni comuni di questo territorio, spiegano gli amministratori, "non va somministrata al di sotto dei 14 anni e, nel solo comune di Cerveteri, al di sotto dei 9 anni. La popolazione, come previsto dalle deroghe ottenute, è stata avvertita in vari modi: manifesti nelle strade, informativa sulle bollette, opuscoli diffusi nelle scuole e attraverso i medici di base, allertati dalle Asl".
Questi dati confermano che i controlli sono molto frequenti e che si sta cercando di porre rimedio a situazioni non felici.
Il 28 ottobre 2010 la Commissione europea ha respinto la richiesta di deroga da parte dell'Italia di poter arrivare fino ad una concentrazione di arsenico nell'acqua pari a 50 microgrammi per litro. Bruxelles ha giudicato rischiosa per la salute dei cittadini questa richiesta, fissando il limite massimo a 20 microgrammi per litro, citando pareri dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dello SCHER (Scientific Commitee on Health and Enviromental Risks), comitato scientifico della Commissione stessa. Oltre i 20 microgrammi per litro si va incontro a rischi sanitari superiori, in particolare alcune forme di tumore. Stop quindi alle deroghe che consentivano ad alcuni acquedotti italiani di tollerare la presenza di arsenico in misura fino a 5 volte superiore a quella stabilita dalla normativa vigente (10 microgrammi per litro). Elevate esposizioni all'arsenico possono causare tumori della pelle e degli organi interni.
Va comunque specificato che le deroghe chieste in Italia sono legate alle caratteristiche geologiche del suolo e non a problemi di inquinamento antropico. L'acqua, attraversando le rocce, solubilizza e si porta dietro alcune sostanze che nelle zone vulcaniche sono soprattutto arsenico, fluoro e boro.
Il fluoro, se assunto in quantità eccessive, causa fluorosi dentale e ossea nei bambini (limite di legge 1,5 mg/l). Il boro è tossico per le vie riproduttive, anche se non viene rilevata un'azione cancerosa (limite di legge 1 mg/l).
Lo stop alle deroghe interessa 91 comuni del Lazio, 19 della Toscana e altri 17 suddivisi fra le regioni Campania, Umbria, Lombardia e le province di Trento e Bolzano. Ci sono inoltre comuni con problemi "minori", legati alla presenza nell'acqua pubblica di sostanze mal tollerate dai bambini di età inferiore ai tre anni.
Il giro di vite della Commisione europea impone ai 127 comuni a rischio di informare capillarmente ed in modo esaustivo i cittadini, fornendo indicazioni specifiche per le categorie di popolazione più esposte ai rischi. Finché i parametri di potabilità non saranno adeguati alle normative europee, gli abitanti delle zone interessate dovranno astenersi dall'utilizzare l'acqua dei rubinetti per fini alimentari (bere o cucinare). L'elenco completo delle zone italiane sofferenti di queste problematiche e dei Comuni che via via ripristinano i parametri di potabilità dell'acqua pubblica (nel Trentino molti problemi sono già stati risolti) può essere rinvenuto sul sito
www.altroconsumo.it .

Il valore dei nitrati indica il livello di contaminazione originato da allevamenti, fertilizzanti agricoli, rifiuti industriali o liquami. Il limite massimo è fissato in 50 milligrammi litro.
Per il sodio, cavallo di battaglia pubblicitario delle acque in bottiglia, la legge fissa un limite massimo di 200 milligrammi/litro.
Un cattivo sapore e odore dell'acqua degli acquedotti pubblici può essere originato, soprattutto nella stagione estiva, dal cloro aggiunto alle acque per prevenire contaminazioni da batteri. Il cloro è sgradevole all'olfatto ma anche molto volatile. Per eliminarne l'odore basta lasciare decantare l'acqua a contatto con l'aria, ad esempio dentro una brocca.
Il sapore amaro delle acque può invece dipendere da una presenza eccessiva di ferro e manganese che, pur non essendo sostanze tossiche, possono influire sul gusto e sul colore dell'acqua.
Se l'acqua è molto salata è probabile un'eccessiva presenza di sodio, solfati e cloruri. Il sodio deve essere evitato dalle persone ipertese. I solfati, in grande quantità, possono dare origine a problemi gastrointestinali. Un'alta concentrazione di cloruri aumenta la corrosione delle tubature e da all'acqua un sapore cattivo.

Sono stati consultati:
3° Pianeta, Altroconsumo -
Associazione Indipendente di Consumatori, Coop - Consumatori, Corpo Forestale dello Stato, Corriere della Sera - Magazine, Green Cross Italia, Il Secolo XIX, Legambiente, QN Quotidiano Nazionale, United Nations - Unep
Ultimo aggiornamento il 08 Gennaio 2012 / Last updating on January 08th 2012
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